È da Nairobi, a margine della chiusura del vertice franco-africano martedì 12 maggio 2026, che Emmanuel Macron ha fatto l'annuncio più politico della settimana. Davanti a una platea di giornalisti internazionali invitati per un'intervista di un'ora, il presidente francese ha dichiarato che Parigi «prenderà un'iniziativa alle Nazioni Unite» per proporre un quadro formale di sicurezza dello stretto di Hormuz. La Francia e il Regno Unito, alla guida di una coalizione marittima di paesi non belligeranti, sottoporranno nei prossimi giorni al Consiglio di Sicurezza un progetto di risoluzione per istituire una «missione totalmente neutra e pacifica».
Lo stretto di Hormuz è chiuso dal 4 marzo 2026, quando l'Iran ha risposto agli attacchi americani e israeliani dell'«Operazione Epic Fury» posizionando mine e bloccando marittimamente questa via dove normalmente transita il 25% del petrolio mondiale. Dal 13 aprile, Washington ha sovrapposto il proprio blocco navale dei porti iraniani. Risultato: circa 1.600 navi civili sono intrappolate, dieci marinai sono morti, e il barile ha superato più volte la soglia dei 120 dollari. Tutti i tentativi diplomatici bilaterali sono falliti: i colloqui di Mascate a marzo, la mediazione pakistana di aprile, la proposta americana del 7 maggio. Il «Project Freedom» lanciato da Trump per scortare le navi mercantili è stato sospeso dopo due giorni e solo due navi liberate.
«Dobbiamo ottenere la riapertura incondizionata, senza pedaggio di Hormuz», ha martellato Macron da Nairobi, deplorando «un'escalation nelle dichiarazioni» dei due schieramenti. Per Parigi, l'idea è chiara: uscire dalla logica dello scontro interponendo una forza multilaterale che non appartenga a nessun belligerante.
Il progetto francese, affinato da tre settimane all'Eliseo e al Quai d'Orsay, si basa su tre pilastri. Primo, una revoca simultanea e coordinata dei due blocchi, supervisionata dall'ONU. Secondo, il dispiegamento di una missione marittima multinazionale composta da navi di paesi esplicitamente non belligeranti: Francia, Regno Unito, India, Indonesia, Brasile, Egitto, Sudafrica – la lista è ancora da definire. Terzo, un mandato rigoroso di sorveglianza e scorta civile, senza capacità offensiva autonoma.
L'iniziativa si basa sulla «coalizione marittima dei paesi non belligeranti» costituita a fine aprile su iniziativa di Parigi e Londra. Il Regno Unito, per voce del suo Primo Ministro, ha confermato martedì sera il suo pieno e incondizionato sostegno al testo francese. Diverse capitali europee — Berlino, Roma, Madrid — hanno già fatto sapere che voteranno a favore. La Cina, contattata discretamente, non ha opposto un veto di principio, il che è di per sé una vittoria diplomatica.
La strategia francese è lucida: né Washington né Teheran potranno politicamente bloccare una risoluzione onusiana sostenuta dalla quasi totalità del Consiglio di Sicurezza, senza esporsi a un costo diplomatico maggiore. Proponendo una forza che non minaccia né l'Iran né gli Stati Uniti, Macron offre ad entrambi gli schieramenti una via d'uscita onorevole. Teheran potrebbe revocare il suo blocco marittimo senza ammettere una ritirata; Washington potrebbe sospendere il suo blocco senza rinunciare alla sua pressione militare sul programma nucleare.
Il calendario è stretto. Il progetto di risoluzione deve essere presentato entro la fine della settimana, parallelamente al vertice Trump-Xi a Pechino. L'obiettivo dichiarato: che il comunicato congiunto sino-americano di venerdì 15 maggio menzioni esplicitamente il quadro francese come via d'uscita credibile. Se Pechino appoggia pubblicamente il testo, Washington avrà molta difficoltà ad opporvisi.
Nella stessa intervista, Macron ha allargato la prospettiva. Ha invocato un «cessate il fuoco pienamente rispettato» in Libano, definendo «inaccettabile» la continuazione degli attacchi israeliani in violazione della tregua del 17 aprile (380 morti da quella data). Ha anche ricordato, a margine del vertice di Nairobi, che «risolvere le crisi mondiali senza l'Africa è un errore», un messaggio destinato a Washington tanto quanto a Pechino. La Francia gioca così la sua parte di potenza media capace di aggregare Europei, Africani ed emergenti attorno a un quadro multilaterale, laddove le grandi potenze si chiudono nei loro confronti.
Da parte francese, l'opposizione ha salutato l'iniziativa a mezze parole. L'ex ministro degli Esteri Jean-Yves Le Drian, ora inviato speciale del presidente in Libano, ha invece denunciato in un'intervista a France Info «il fallimento della pace con la forza»: «Gli uni e gli altri hanno interesse a fermarsi, ma nessuno lo dirà, ognuno bluffa», ha stimato.
L'iniziativa francese è tecnicamente solida e politicamente abile. Ha il merito, raro in questi tempi di polarizzazione, di proporre una soluzione che non chiede a nessuno di perdere la faccia. Ma non raccontiamoci storie: sul campo di Hormuz, non è una risoluzione ONU che aprirà lo stretto, è l'esaurimento economico di uno dei due belligeranti, o un accordo segreto negoziato a Pechino questa settimana. La scommessa di Macron è una scommessa di copertura diplomatica: offrire a Trump e a Teheran lo scenario multilaterale di un'uscita onorevole che in realtà negoziano altrove. È utile. È persino prezioso. Ma non è, ancora, pace. La pace arriverà il giorno in cui il primo marinaio risalirà, vivo, sul ponte di un cargo liberato.
– Il 12 maggio 2026, da Nairobi, Macron annuncia che la Francia si rivolgerà all'ONU per una missione «neutra e pacifica» su Hormuz.
– L'iniziativa è portata avanti congiuntamente con il Regno Unito, alla guida di una coalizione di paesi non belligeranti.
– Tre pilastri: revoca simultanea dei blocchi iraniano e americano; forza marittima multinazionale; mandato strettamente difensivo.
– Lo stretto è chiuso dal 4 marzo 2026; circa 1.600 navi sono bloccate, dieci marinai sono morti.
– Il progetto di risoluzione sarà presentato prima della fine della settimana, a margine del vertice Trump-Xi a Pechino.
– Berlino, Roma, Madrid e Londra hanno già confermato il loro sostegno; Pechino non ha opposto un veto di principio.





