Tutti gli sguardi diplomatici erano puntati sabato 25 aprile 2026 su Islamabad. Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi è arrivato a metà mattina, accolto sulla pista dal suo omologo pakistano Ishaq Dar prima di un incontro con il maresciallo Asim Munir, capo dell'esercito pakistano e vero uomo forte del paese. Poche ore dopo, gli emissari americani Steve Witkoff e Jared Kushner — già all'opera durante la mediazione Israele-Libano alla Casa Bianca il 23 aprile — erano attesi nella capitale pakistana. Un terzo round di colloqui indiretti tra Washington e Teheran sembrava potersi avviare, due giorni dopo la proroga unilaterale da parte di Donald Trump del cessate il fuoco israelo-libanese e mentre lo stretto di Hormuz rimane sotto estrema tensione.
Un dialogo tra sordi coreografato
I contatti si annunciavano tuttavia complicati. Teheran ha fatto sapere, tramite la portavoce del governo Fatemeh Mohajerani, che «nessun incontro diretto è previsto con gli Stati Uniti» e che «ogni discussione dovrà passare tramite un intermediario». La Repubblica islamica, fedele alla sua dottrina dal 2003, rifiuta infatti ogni dialogo bilaterale in assenza di una preventiva revoca delle sanzioni americane. È proprio questo il ruolo che dovrà svolgere Islamabad: un canale di trasmissione, sul modello della mediazione omanita condotta fino al 2024. Questa postura iraniana, presentata come una questione di principio, è anche il risultato di un calcolo interno: la Guida suprema Ali Khamenei non vuole apparire cedere a Washington nel momento in cui la pressione militare americana sul Golfo è al suo massimo.
Perché il Pakistan, e non l'Oman o il Qatar
La scelta di Islamabad sorprende. Tradizionalmente, le mediazioni USA-Iran transitano per Mascate o Doha. Ma l'Oman è rimasto in disparte dall'insuccesso dei colloqui nucleari di giugno 2025, e il Qatar, percepito come troppo vicino ad Hamas, non aveva più la fiducia della nuova amministrazione americana. Il Pakistan, invece, presenta un triplice vantaggio: è una potenza nucleare rispettata dall'Iran, un alleato storico degli Stati Uniti nella regione, e il suo capo dell'esercito Asim Munir intrattiene relazioni personali con Witkoff dalla sua visita alla Casa Bianca nel giugno 2025. Islamabad vi vede anche un'opportunità per riabilitare la sua immagine diplomatica, messa a dura prova dalla rivalità indo-pakistana e dalla crisi economica.
Il contesto: pressione massima e tregua fragile
Dall'operazione «Leone ascendente» lanciata da Israele e dagli Stati Uniti contro i siti nucleari iraniani nell'estate 2025, l'economia iraniana è in ginocchio: esportazioni di petrolio in calo del 90%, rial ai minimi storici, inflazione al 56%. Il blocco navale americano nel Golfo Persico strangola il commercio marittimo, e i tiri dei Pasdaran contro le navi Euphoria ed Epaminondas il 24 aprile hanno ricordato che la «tregua» non include lo stretto di Hormuz. Donald Trump, dal canto suo, ha dato il tempo: si è detto pronto ad attendere «il miglior accordo» ma ha lasciato intendere che la finestra si chiuderebbe «nelle prossime settimane». Per Teheran, il calcolo è corneliano: cedere ora, significa apparire debole; rifiutare, significa rischiare una nuova ondata di attacchi contro le fabbriche di droni e le centrifughe ancora attive a Fordow.
Le esigenze inconciliabili
Le posizioni espresse rimangono diametralmente opposte. Washington esige: smantellamento completo delle centrifughe iraniane al di sopra del 5% di arricchimento, esportazione dell'uranio arricchito già prodotto, fine dei trasferimenti di armi a Hezbollah e agli Houthi, congelamento del programma balistico oltre i 2.000 km di portata. Teheran, di contro, esige: revoca immediata di tutte le sanzioni americane, garanzia scritta di non aggressione, fine del blocco navale, abbandono delle basi americane nella penisola araba. Tra i due, i mediatori pakistani e qatarioti lavorano a un «accordo quadro» più modesto: sospensione reciproca per sei mesi, ispezioni rafforzate dell'AIEA, sblocco parziale degli asset iraniani in Corea del Sud. Nessun calendario ufficiale è stato ancora annunciato, e la delegazione americana ha precisato che «non sarebbe rimasta più di 48 ore a Islamabad».
L'opinione della redazione
La sequenza di Islamabad non assomiglia affatto a un vertice storico: è una coreografia diplomatica tanto prudente quanto simbolica. Ma segna un fatto politico maggiore: nonostante gli attacchi dell'estate 2025, nonostante l'asfissia economica, nonostante la morte di diversi scienziati nucleari iraniani, il canale Teheran-Washington non è mai totalmente chiuso. È il genio perverso della diplomazia iraniana: trasformare ogni umiliazione militare in leva negoziale. Il rifiuto di Teheran di un faccia a faccia con Witkoff e Kushner non è un fallimento — è la condizione stessa che rende possibile il seguito. Dietro le quinte, i pakistani trasmettono, i qatarioti filtrano, gli emirati ascoltano. Donald Trump, che ha fatto del «deal del secolo» con l'Iran uno dei suoi obiettivi personali, non ha alcuna intenzione di rompere. E Khamenei, malato e stanco, sa che un accordo potrebbe forse sigillare la sua eredità. Resta l'incognita israeliana: Benjamin Netanyahu, che non è stato consultato sulla proroga della tregua, potrebbe in qualsiasi momento inviare un segnale — un attacco mirato, un assassinio — capace di far deragliare il processo. Il Medio Oriente delle prossime settimane si gioca a Islamabad, ma si scrive anche a Tel Aviv.
Da ricordare
- 25 aprile 2026: Abbas Araghchi a Islamabad, Steve Witkoff e Jared Kushner attesi.
- Teheran rifiuta ogni colloquio diretto; il Pakistan svolge il ruolo di mediatore.
- Scelta di Islamabad: Asim Munir (capo dell'esercito) vicino a Witkoff da giugno 2025.
- Contesto: esportazioni petrolifere iraniane in calo del 90%, blocco navale americano.
- Nessun calendario ufficiale; delegazione USA prevista per un massimo di 48 ore.
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